Un racconto multimediale sui migranti e l’Europa

Si consiglia l’utilizzo delle cuffie

Negli ultimi due anni in Europa la situazione dei migranti è cambiata drammaticamente

Una crescente contrazione dei diritti dei migranti e una parallela esternalizzazione delle frontiere sono ormai i temi dominanti dell’agenda politica europea in materia di migrazione e sicurezza interna. I migranti infatti stanno diventando i capri espiatori del conflitto sociale odierno, mentre l’Europa si adopera per delegare la gestione dei suoi confini. Trattando con la Turchia e con diversi Paesi africani per scaricare su di essi l’onere di bloccare le partenze. Incuranti delle costanti violazioni dei diritti umani attraverso le quali questo verrà garantito.

Proprio per questo è oggi molto importante raccontare i migranti e le migrazioni in modo diverso, fuori dalle narrazioni tossiche ormai onnipresenti.
Questo progetto nasce da un’esperienza all’interno della campagna #overthefortress, che spostandosi e agendo per i confini più caldi in Europa ha fornito una lente privilegiata nell’analisi dei cambiamenti non tanto dei flussi migratori per se quanto delle politiche europee volte a identificarli, controllarli e infine bloccarli.

Il Mar Mediterraneo rimane uno dei confini più mortali al mondo

La Bourbon Argos è una delle navi utilizzate da Medici Senza Frontiere per il salvataggio in mare. Sempre più spesso i barconi che lasciano la Libia non sono più robuste navi in legno ma piccoli gommoni gonfiabili, spesso perfino bucati o sabotati dalla partenza. Uomini, donne e bambini vengono stipati allo stremo e non è raro che vi siano morti o feriti dovuti alla mancanza d’aria, di cibo o al contatto prolungato con carburanti o altri materiali tossici.

Migranti morti in mare - 2016 (UNHCR)

Il 2016 si è confermato come l’anno in cui il numero di morti nel Mar Mediterraneo sono stati più alti che mai.

Più di 5096 persone sono morte, facendo sempre una stima per difetto, contro le circa 3770 del 2015. Si potrebbe dire che le cause sono molteplici, che perfino il meteo e le condizioni climatiche abbiamo giocato la loro parte, ma questa è una lettura davvero distorta della realtà. La causa infatti è una: la mancanza di canali umanitari sicuri. Non vi sono infatti ad oggi vie legali per richiedere asilo in Europa. Questo obbliga chiunque voglia tentare questo viaggio a rivolgersi a dei trafficanti di essere umani e a rischiare la propria vita.  Questo vale sia per chi scappa da una guerra, ma anche per chi avrebbe i soldi per poter prendere un aereo. 

La scelta di non costruire canali umanitari è chiaramente politica, e lo è altrettanto la responsabilità di queste morti.

Inoltre tanto quanto le frontiere e i confini esterni diventano sempre meno permeabili e sempre più controllati da attori esterni su incarico dell’Unione Europea, come nel caso della guardia costiera libica o della Turchia, soggetti già noti per le numerose violazioni dei diritti umani, allo stesso modo vi è una crescente restrizione della libertà di movimento anche all’interno dello spazio europeo.
Questo avviene anche grazie alle disposizioni del terzo trattato di Dublino.

Il dramma del trattato di Dublino III

Esso sostituisce il Regolamento di Dublino II (2003) che a sua volta aveva preso il posto della Convenzione di Dublino del 1990.

Questo Regolamento contiene i criteri e i meccanismi per individuare lo Stato membro che è competente per l’esame di una domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un Paese terzo o apolide.

In pratica esso determina che la richiesta di protezione internazionale, e quindi il suo esame, debba essere presa in carico dal primo Paese in cui si giunge.

Questo chiaramente scarica tutto il peso della prima accoglienza sui Paesi del Sud, complice anche l’obbiettivo di impedire che i migranti possano circolare all’interno dell’UE prima che abbiano ricevuto l’esito della loro richiesta di protezione internazionale, per la quale possono servire anche molti anni.

Nonostante l’applicazione di Dublino III sia stata a lungo disattesa, è solo recentemente che si sta cominciando ad attuare e quindi a mostrare tutte le contraddizioni, ipocrisie e crudeltà delle sue disposizioni.

La chiusura dei confini

Degli oltre gli 800.000 migranti arrivati via mare in Europa nel 2015, la quasi totalità è sbarcata o in Italia o in Grecia.
Nel primo caso seguendo la rotta del Mediterraneo centrale, che comincia molto lontano, nell’Africa sub-sahariana. La maggior parte dei migranti che segue questa rotta proviene principalmente dal centro e dal corno d’Africa.

Nel secondo caso, migranti per lo più provenienti dalla Siria, dall’Iraq e dall’Afganistan, superavano la Turchia per accedere alla cosiddetta Balkan Route, tentando di raggiungere i Paesi del centro e del Nord Europa.

Il trattato di Dublino III era solo sulla carta. Il presupposto necessario affinché un migrante possa essere respinto nel primo paese di arrivo è infatti l’averlo sottoposto ad una procedura formale di identificazione

Ma questo non avveniva, o avveniva solo parzialmente. Durante il 2014 e il 2015 un alto numero di persone, sotto gli occhi volutamente distratti della polizia, si è opposta e sottratta al rilevamento delle impronte digitali riuscendo a superare i confini e le barriere e raggiungere il cuore d’Europa per ottenere una migliore assistenza o ricongiungersi con i propri familiari. Secondo i dati Eurodac, nel 2015 circa il 50% dei migranti sbarcati in Italia non veniva identificato. In Grecia, la percentuale raggiungeva addirittura la soglia dell’80%.

Nonostante i regolamenti e le sofferenze, garantire una parziale libertà di movimento era una prassi comune e diffusa.

Le conseguenze: il campo di Idomeni, sul confine greco-macedone

Nel 2015 il campo profughi informale di Idomeni non era che un luogo di passaggio per le centinaia di migliaia di persone che attraversavano la Balkan Route. Questo fino a quando la frontiera non è stata chiusa definitivamente. Oltre 15.000 persone si sono trovate accampate contemporaneamente su quel confine; la maggior parte di loro era formata da famiglie con bambini scappate dalla Siria e dall’Iraq. Alcuni cercavano di pagare i trafficanti per poter passare, altri affrontavano di notte i fili spinati e la brutalità della polizia di frontiera. Quella macedone, in particolare, è nota per le sue pratiche umilianti e repressive contro i migranti che tentavano di oltrepassare i suoi confini. Nonostante tutto però in migliaia resistevano e continuavano a lottare e a manifestare per l’apertura del confine. Idomeni è stato per lungo tempo il simbolo mondiale dell’ipocrisia, della crudeltà e del fallimento delle politiche migratorie europee, e proprio per questo fu sgomberato.

“Avrei preferito morire in Siria sotto le bombe con la mia famiglia piuttosto che rimanere bloccato qui.”

Mustafà, migrante siriano

Nel 2016 tutto questo ha cominciato a cambiare. La rotta Balcanica è stata chiusa completamente attraverso alcuni passaggi.

Da un lato, l’accordo con la Turchia del 18 marzo, stretto in palese violazione di ogni convenzione internazionale sull’asilo e salvaguardia dei diritti umani, ha garantito che Erdogan bloccasse sulle coste turche i migranti prima del loro arrivo in Grecia. Per i pochi migranti riusciti a sfuggire ai controlli turchi invece, c’è stata la costruzione dei centri Hotspot sulle isole greche. Centri pensati come prigioni, per rinchiudere, controllare e scoraggiare i migranti in attesa della loro deportazione verso il Paese anatolico.

Dall’altro, l’innalzamento dei muri e dei fili spinati sulle frontiere di molti Stati europei, rigorosamente pattugliate da polizie di frontiere sempre più crudeli e spietate, hanno bloccato ogni possibilità di percorrere quella via.
Tutto ciò ha contribuito a rendere la Grecia uno Stato-prigione all’interno del quale i migranti perdono ogni libertà di movimento

Esattamente con le stesse modalità, si sta ora cercando di replicare questo metodo sulla rotta del Mediterraneo centrale. Sono stati stretti accordi con la Libia e la sua guardia costiera, attraverso l’operazione Sophia, per cercare di bloccare i barconi diretti in Italia.
Tramite il Migration Compact invece, proposto dal governo italiano e prontamente rilanciato dall’agenda europea, una serie di accordi bilaterali con i maggiori Paesi africani di origine dei migranti assicura rimpatri forzati e sorveglianza delle frontiere in cambio di ingenti flussi di denaro mascherati da cooperazione internazionale.

Inoltre i confini del Nord Italia, come Calais, Ventimiglia, Como e il Brennero, sono stati protagonisti di un forte aumento dei controlli alle frontiere che, in un tempo drammaticamente breve, sono passate dall’essere semi-permeabili a definitivamente chiuse.

E di fronte alle miopie politiche e all’introduzione dell’approccio Hotspot, che ha visto il tasso di identificazione raggiungere la quota del 100%, anche l’Italia può finalmente dirsi una vera e propria prigione a cielo aperto per migranti.

Non solo muri e filo spinato

La chiusura dei confini è uno dei sintomi più evidenti dell’inasprimento delle politiche migratorie europee, ma non è il solo. Esso si affianca a moltissime altre forme di coercizione fisica e non.

La violenza si esprime infatti anche con il continuo cambio di norme e prassi che rendono sempre più difficile l’accesso al diritto d’asilo e agli altri diritti fondamentali, come quello all’istruzione o alla salute. Sempre più spesso questi diritti vengono negati perfino a chi, già formalmente e legalmente, ne avrebbe accesso.

Vi è inoltre una crescente discriminazione nel linguaggio: si discute di come risolvere il problema dell’immigrazione, senza mettere in discussione che sia davvero un problema. Questo porta direttamente ad un aumento di attacchi fisici e verbali verso chi è riconosciuto come diverso, che sia appena arrivato o che abbia semplicemente un altro colore della pelle.

Siamo precipitati al punto in cui una selezione fatta “sulla linea del colore” viene validata istituzionalmente e adottata da pubblici ufficiali, come nel caso dei funzionari che si occupano delle procedure Hotspot nel Sud Italia.

L’approccio Hotspot: l’identificazione e il controllo dei migranti

A inizio di giugno 2016 il Ministero dell’Interno ha pubblicato le nuove disposizioni amministrative che disciplinano gli Hotspot. Secondo il ministero “l’Hotspot è un modello organizzativo preposto alla gestione di grandi arrivi di persone che può operare in qualsiasi area territoriale prescelta”.

In ciascuna area Hotspot è presente un team di esperti nazionali e di rappresentanti delle agenzie europee (EASO, Frontex, Europol), che collaborano per eseguire le procedure. Queste zone portuali sono un luogo di lavoro congiunto tra forze di polizia europee, che non forniscono più solo un semplice supporto alla polizia nazionale, ma che di fatto sono coordinate da delle forze sovranazionali, rendendo Frontex e la polizia di frontiera un caso pilota nel panorama europeo.

In Italia attualmente sono state individuate 4 aree Hotspot (Lampedusa, Trapani, Pozzallo e Taranto) ma la realtà è che ormai la procedura hotspot viene eseguita in tutti i porti italiani in cui le navi di salvataggio fanno sbarcare i migranti.

Questo avviene nonostante nessuna legge o normativa sia stata adottata a livello europeo o nazionale per regolamentare l’allestimento delle strutture e le relative procedure da adottare. Le procedure critiche e invasive messe in atto con l’approccio hotspot vengono infatti adottate sulla base di mere prassi o circolari del Ministero dell’Interno.

E se le aree individuate appositamente per attuare le procedure hotspot si trovano ad essere costantemente sovraffollate e con la mancanza di supporti medici o psicologici adeguati, si può facilmente immaginare come queste procedure possano essere garantite negli altri porti d’Italia. Capita che i migranti, una volta fatti scendere a piccoli gruppi, vengano fatti attendere anche oltre le 24 ore, sotto ogni tipo di intemperie, per permettere le lunghe procedure di identificazione prima di poter essere sottoposti ad un frettoloso screening medico.

Pozzallo

Questa zona è tra le 4 designate per essere ufficialmente sede per il centro predisposto alla procedura hotspot

Lampedusa

Questa zona è tra le 4 designate per essere ufficialmente sede per il centro predisposto alla procedura hotspot

Taranto

Questa zona è tra le 4 designate per essere ufficialmente sede per il centro predisposto alla procedura hotspot

Trapani

Questa zona è tra le 4 designate per essere ufficialmente sede per il centro predisposto alla procedura hotspot

Lesbo

Una delle isole greche su cui è stato costruito un centro adibito alla procedura hotspot per i migranti arrivati dalla Turchia

Samos

Una delle isole greche su cui è stato costruito un centro adibito alla procedura hotspot per i migranti arrivati dalla Turchia

Leros

Una delle isole greche su cui è stato costruito un centro adibito alla procedura hotspot per i migranti arrivati dalla Turchia

Kos

Una delle isole greche su cui è stato costruito un centro adibito alla procedura hotspot per i migranti arrivati dalla Turchia

Chios

Una delle isole greche su cui è stato costruito un centro adibito alla procedura hotspot per i migranti arrivati dalla Turchia

Augusta

Pur non essendo tra le 4 zone individuate dal Ministero per un centro apposito all’esecuzione della procedura hotspot, in questo porto avvengo degli sbarchi di migranti e per questo tale approccio viene eseguito ugualmente.

Catania

Pur non essendo tra le 4 zone individuate dal Ministero per un centro apposito all’esecuzione della procedura hotspot, in questo porto avvengo degli sbarchi di migranti e per questo tale approccio viene eseguito ugualmente.

Palermo

Questa zona non compare tra le 4 individuate dal Ministero degli interni italiano per un centro apposito all’esecuzione della procedura hotspot. Però in questo porto avvengo degli sbarchi di migranti e per questo tale approccio viene eseguito ugualmente

Cagliari

Questa zona non compare tra le 4 individuate dal Ministero degli interni italiano per un centro apposito all’esecuzione della procedura hotspot. Però in questo porto avvengo degli sbarchi di migranti e per questo tale approccio viene eseguito ugualmente.

Bari

Questa zona non compare tra le 4 individuate dal Ministero degli interni italiano per un centro apposito all’esecuzione della procedura hotspot. Però in questo porto avvengo degli sbarchi di migranti e per questo tale approccio viene eseguito ugualmente

Messina

Questa zona non compare tra le 4 individuate dal Ministero degli interni italiano per un centro apposito all’esecuzione della procedura hotspot. Però in questo porto avvengo degli sbarchi di migranti e per questo tale approccio viene eseguito ugualmente

Reggio Calabria

Questa zona non compare tra le 4 individuate dal Ministero degli interni italiano per un centro apposito all’esecuzione della procedura hotspot. Però in questo porto avvengo degli sbarchi di migranti e per questo tale approccio viene eseguito ugualmente

Melilla

La gestione dei confini di questa enclave spagnola, una delle due in territorio marocchino, può essere considerata come un precursore dell’approccio hotspot. Esse infatti, essendo già dagli anni ’90 uno dei principali punti di transito per i flussi migratori, hanno funto da laboratorio per le politiche migratorie europee.

Ceuta

La gestione dei confini di questa enclave spagnola, una delle due in territorio marocchino, può essere considerata come un precursore dell’approccio hotspot. Esse infatti, essendo già dagli anni ’90 uno dei principali punti di transito per i flussi migratori, hanno funto da laboratorio per le politiche migratorie europee.

Le identificazioni e il rilevamento delle impronte sono i cardini di questa procedura, e acquistano la primaria importanza rispetto al resto, compresa la salute fisica e psicologica di chi è stato tratto in salvo. Appena sbarcati i migranti iniziano la prima fila per la foto di riconoscimento, il loro volto viene associato ad un numero e solo dopo la Croce Rossa Italiana può svolgere un primo velocissimo momento di triage sulla valutazione clinica. Chi non ha bisogno di urgenti cure mediche viene portato via per completare l’identificazione.

Spesso questo avviene dove possibile all’interno di caserme, questure o luoghi chiusi, e in piccolissimi gruppi alla volta. Il tutto per consentire di raggiungere “senza ulteriori indugi” l’obiettivo del 100% dei rilevamenti delle impronte digitali dei rifugiati e migranti in arrivo, così come intimato all’Italia dalla Commissione europea alla fine del 2015. Stessa Commissione che raccomandava all’Italia di dotarsi di una normativa sugli hotspot per consentire anche l’uso della forza per l’ottenimento delle impronte digitali e un trattenimento più a lungo termine nei confronti dei migranti che si rifiutano di fornirle.

Tutto ciò viene ampiamente confermato dal recente rapporto “Hotspot Italia” di Amnesty International all’interno del quale vengono denunciate le gravissime violenze, torture e prassi illegali subite dai migranti per mano della polizia italiana.

Durante il 2016 ha trovato ampio spazio anche la pratica dei respingimenti differiti, una prassi attraverso la quale si impedisce di richiedere asilo, e si rilascia un foglio di via, a tutti quei migranti definiti economici semplicemente sulla base del paese d’origine o del colore della pelle. Laddove si riscontra un colorito più chiaro, tipico Nord-africano ma potenzialmente anche arabo o palestinese, può facilmente capitare di essere definiti come magrebini ed essere intimati a lasciare il Paese in 7 giorni, anche in assenza di documenti, traduttori o assistenza legale.

Non si può non ricordare quanto questa pratica sia illegittima e contraria ad ogni convenzione sui diritti umani dato che ogni individuo ha il diritto di richiedere asilo in base ad un diritto soggettivo, indipendentemente dal suo paese di origine.

 

L’hotspot di Pozzallo è una delle 4 zone identificate dal Ministero per l’esecuzione della procedura hotspot. Fino al 2015 ai migranti non era permesso uscire, e pur essendo il tempo legale massimo di trattenimento di 72 ore essi venivano imprigionati anche per settimane se non per mesi. Ad oggi è stato dato il permesso di recarsi a piedi nel villaggio vicino, ma i tempi di permanenza non sono cambiati. E se qualcuno degli ospiti dovesse decidere di tentare la fortuna allontanarsi da Pozzallo, egli perderebbe inevitabilmente ogni diritto all’accoglienza anche nel futuro.

Due Stati prigione per l’Europa

E’ chiaro quindi che nei piani dell’Unione Europea saranno solamente questi due Stati, l’Italia e la Grecia a doversi occupare dei richiedenti asilo, gestendo allo stesso tempo quante più deportazioni possibili.

Nonostante numerose contraddizioni evidenti: basti pensare che fino al 2016 in Grecia non esisteva nemmeno un programma strutturato di accoglienza, ed era considerato così poco preparato che non rientrava nell’elenco degli Paesi terzi sicuri in cui è possibile rimandare un migrante tramite Dublino III.

Ma non bisogna dimenticare che in queste tragiche situazioni c’è sempre chi trova il modo di guadagnarci. E non solo i vari governi in sede di trattative in Europa.

Purtroppo già da tempo è noto quanto profitto al giorno d’oggi viene fatto sulla pelle dei migranti, e l’Italia è sicuramente, e tristemente, un caso esemplare.

Il Laboratorio Italia

Il Pala Nebiolo di Messina è uno dei casi più estremi ma meno famosi della mala-gestione dell’accoglienza in Italia. Esso ospita da anni centinaia di persone in una tendopoli, creata per lo più in un campo da baseball perfettamente funzionante. La disperazione e lo sconcerto delle persone che vi abitano, tenute completamente all’oscuro della loro situazione legale e del loro futuro, è difficile da immaginare.

Migranti in strutture emergenziali - 2016

Nonostante i numeri degli arrivi siano in gran misura prevedibili, in Italia continuano a fioriri centri d’accoglienza emergenziali, invece che centri ordinari. Secondo il rapporto Fuori Campo di Medici Senza Frontiere, nel 2015 circa 30.000 persone era ospitate nei centri regolari mentre circa 80.000 in strutture emergenziali. La differenza tra i due tipi non è solo la qualità dei servizi, ma anche la quantità dei controlli. 

Proprio per questo la gestione dell’accoglienza è diventato un business molto appettibile per chi vuole farci profitto illecitamente: intascando circa 35€ al giorno, a seconda del tipo di migrante ospitato, ma non fornendo nessun servizio, nè corsi di italiano nè consulenza medica o legale, ma in alcuni casi nemmeno vestiti o coperte, il profitto può essere davvero molto alto. Sopratutto se moltiplicati per migliaia di persone, come al CARA di Mineo.

Un’intercettazione del processi di Mafia Capitale vede il mafioso Buzzi recitare testualmente: “Con gli immigrati si fanno molti più soldi che con la droga”.

Dall’altro lato vi è il lavoro subordinato. Solo nell’ambito dell’agricoltura nel Sud Italia lo sfruttamento lavorativo coinvolge tra le 300 e le 500 mila persone. Nel caso dei migranti questo spesso di unisce a fenomeni di caporalato, attraverso i quali il bracciante è costretto in cambio di una quota a servirsi del veicolo del caporale per ricevere lavoro, e di una vera e propria ghettizzazione.

Ma in questi ghetti non vivono clandestini o persone senza permesso: al contrario la maggior parte esce da percorsi d’accoglienza del tutto regolari, ma spesso senza aver ricevuto un inserimento sociale o lavorativo, in molti casi nemmeno un corso d’italiano, l’unica possibilità rimane il bracciantato nei ghetti.

Recentemente degli agricoltori hanno protestato a Roma contro la nuova legge sul caporalato, insistendo sul fatto che senza questo sfruttamento sarebbe per loro impossibile riuscire a sopportare la concorrenza estera.

La tendopoli di San Ferdinando, Rosarno, è tra le zone più note in Italia per i fenomeno del caporalato e dello sfruttamento bracciantile. Ogni anno per la raccolta delle arance migliaia di persone tornano a ripopolare le baraccopoli nella speranza di trovare un lavoro, anche se sottopagato o senza garanzie. Nel 2016 è aumentato il numero di abitanti anche fuori dalla stagione di raccolta, poichè sono sempre di più coloro che non hanno altro posto dove andare.

“In Africa non ho mai visto una cosa del genere.”

Sadik, bracciante africano

L’Europa sta creando un esercito di invisibili senza diritti tramite confini sia materiali che immateriali

L’unione europea sta quindi sacrificando la vita e la dignità dei migranti. Da un lato sull’altare del profitto, sempre di più motore ed obiettivo primo ed ultimo della società neoliberista.

Dall’altro in cambio del sostegno di razzisti e populisti alle elezioni: sono infatti sempre meno i governi decisi ha scegliere l’antirazzismo e l’antifascismo come valori portanti anche se impopolari.

In particolare in Italia la nuova legge Minnitti-Orlando prevede un’incredibile contrazione dei diritti dei richiedenti asilo. Dalla perdita della possibilità di fare appello in tribunale alla risposta della domanda d’asilo, all’obbligo a lavori socialmente utili, all’introduzione di un CPR, centro per le espulsioni, in ogni Regione.

Ma per fortuna non tutti seguono queste indicazioni, non tutti sono disposti ad arrendersi senza lottare.

Oltre la Fortezza Europa

La campagna #overthefortress nasce circa due anni fa e si pone come obiettivo azioni di monitoraggio indipendente e di solidarietà attiva nei confronti dei migranti. Si è mossa tra la rotta balcanica e la Grecia, organizzando una staffetta e poi una vera e propria marcia di oltre 300 persone che dall’Italia sono giunte nel campo profughi di Idomeni. Si è deciso poi di fermarsi per diverso tempo, portando avanti diversi progetti autogestiti dai migranti stessi.

Si è poi spostata nel Sud Italia, con un viaggio di due mesi attraverso i luoghi più significativi per i migranti e le migrazioni. Nonostante le informazioni raccolte diano la chiara percezione di un costante peggioramento, l’obiettivo della campagna è anche quello di trovare metodi efficaci di denuncia e di azione per intaccare il rapporto di forza che impedisce ad oggi di cambiare queste situazioni dal basso.

Allo stesso modo rimangono importanti i progetti di comunicazione: con il supporto di #overthefortress sono nati già due lungometraggi, di cui uno musicato dal vivo, una pubblicazione cartacea, uno spettacolo teatrale, una web radio, innumerevoli cortometraggi e tanti altri piccoli progetti.

Ma questa campagna non è certo la sola ad impegnarsi perchè i diritti di tutti vengano riconosciuti allo stesso modo. Esiste un’altra Europa, fatta di persone che quotidianamente si spendono a fianco dei migranti per ribadire che la dignità non può dipendere dal Paese di provenienza o di nascita, nè tantomeno dal colore della pelle.

Qui sono presentate delle interviste solo a pochissimi tra tanti attivisti e migranti incontrati lungo la strada, ma sono abbastanza per far riflettere su quanto ci sia da fare, e su quanti fronti diversi sia possibile impegnarsi attivamente.

Un’altro modello di Europa costruito dal basso che pone un’alternativa alle politiche indegne dell’Unione Europea e che mira ad intaccare i rapporti di forza che le determinano. Dunque che continua ad agire in direzione ostinata e contraria rispetto alla barbarie del presente.

Contattaci e Supportaci!

Siamo un collettivo di attivisti che si occupa di monitoraggio indipendente e si propone di portare solidarietà attiva nei luoghi più significativi per migranti e migrazioni. Sempre nell’ottica che non essi non possono essere considerati nè criminali nè vittime, ma attori che autodeterminano il proprio destino.

Se sei interessato a conoscere quello che abbiamo fatto in passato o in cosa ci stiamo attivando in questo momento, segui i link sottostanti. Se ti interessa aiutarci o collaborare scrivi pure a

redazione@meltingpot.org

 

Progetto Melting Pot Europa#Overthefortress

Credits

Autore

Tommaso Gandini

Relatori di tesi

Emanuela De Cecco, Matteo Moretti
per la Libera Università di Bolzano

Aiuto programmatore

Antonio Dal Cin

Contributi Video e Montaggio

Tommaso Gandini, Gabriele Cipolla, Valentina Sarogni.
Si ringrazia Medici Senza Frontiere per i contributi iniziali

Contributi fotografici

Tommaso Gandini, Stefano Stippi Danieli